Giochiamo?
È successo! La vità è cambiata. È sempre lei, ma con altri attori e sapori. È come se si fosse aperta, se fosse più libera, fresca, pronta a cambiare e a modificarsi, in un crescendo di possibilità ed entusiasmi. La presenza o meno delle persone mi cambia la percezione della realtà e di questo ne sono certa. A volte sembra un danno, sembra sconveniente, ma quando la percezione è positiva, quando le persone sono presenti e “ci sono” è fantastico: mi viene una forza incredibile, mi entusiasmo. Ho voglia di fare. Di rinnovare. Di credere in cose più grandi e più difficili, più rischiose ma più luminose.
Volgio cambiare. Voglio cambiare le tende, ridare il colore alle pareti. Ho voglia di ristrutturare casa, insomma, e questa volta lo faccio con raziocinio, mi organizzo, faccio anche dei preventivi. E coinvolgo serenamente questo spirito affettuoso che mi sta accanto da qualche mese. Mi viene spontaneo. Potrei, certo, potrei pensare solo per me, ma ho davanti una persona che mi conta, che è pronta, che vuole starmi accanto e io me la porto dietro – detto così sembra che io la trascini, ma è lui che mi spinge.
Non vedo l’ora di giocare con lui e ho come l’impressione che la partita sarà bella lunga. Lui poi è molto bravo a giocare. Conosce bene le regole, se le ricorda, più che altro e guarda l’obiettivo. Accetta la casualità del dado, ottimizza le risorse, costruisce creativo il suo dominio.
Bella lì.
ma che lo so?
Frullati, bibite e spremute.
I frullati sono di massa: gli ingredienti si mescolatno tra loro, c’è chi li riconosce comunque uno ad uno, chi invece evince un unico gusto collettivo.
Le bibite sono dissetanti, replicanti e vanno giù veloci.
Le spremute richiedono uno sforzo in più, sono fresche, son sane e bisogna averne voglia.
Oggi mi basta un bicchier d’acqua: la frutta, lo zucchero, la buccia, la CO2 mi viziano la digestione.
Già mi sono sciroppata un frullato l’altro ieri: era bello pesante, gli ingredienti erano il mio ex e un’amica non amica, la folla di un posto che non frequento più, amiche mie di mia moglie che si astengono da commenti forse davvero inopportuni ma che mancano di complicità e sincerità gratuita. Il frullato m’è rimasto sullo stomaco un po’ di ore. Poi il glucosio m’è entrato nel sangue, l’acidità del limone si è consumata in circolo, la sostanza del latte m’ha dato quel senso di sazietà che doveva dare. Un bel rutto e ciao. Punto a capo.
Non contenta subito dopo, anzi, direi in contemporanea, mi sono anche ingollata una bibita ghiacciata e gassata: le bolle hanno montato il frullato, gli insaporitori chimici mi hanno dato alla testa e in un attimo ero a ritorcermi sul divano, cercando di capire chi avrei digerito prima tra i due beveroni.
Ovviamente li ho digeriti in contemporanea, in maniera autonoma e fisiologica: li ho scacati tutti e due, me ne sono proprio liberata, li ho lasciati andare via.
Dopodichè ieri mi fanno una spremuta: un racconto compatto del passato, per darmi la lettura sul presente. Eppure pensavo di aver capito, invece ho capito meglio.
non so se ne sono soddisfatta. Ho capito che la spremuta è di arance autocnone, non importate: arance di terre note e vicine, e ok, va bene. Però sono arance sane? Non lo so, davvero. E poi non so se la spremuta andava bevuta ieri, dopo il frullato e la bibita dell’altro ieri.
Non lo so davvero.
Dieta di acqua, come dice mia moglie il dottore da sempre: basta liquidi zuccherati. Bevi acqua e cammina, non sederti al bar a bere cazzate. Peccato che le spremute me le portano a domicilio e adesso io non so se devo ancora aprire la porta. Devo anche dire perchè non apro più? Perchè non voglio bere spremute per un po’, ecco tutto. Mi spiace deluderti, ma forse è davvero così. Certo il rischio di non ricevere più quelle conegne a domicilio mi spaventa.
Estiva e stiva: ti va?
Sì, mi va. Mi va un sacco. Tutto. Pazzesco come mi va. Assurdo anche. Bello. Forte. E poi il salto nel buio, che per ora è buio, senza salto, ma è quel buio che cercavo. Quello che ti fa stare in silenzio a sospirare, a sentire cose che quando sei al sole non vedi.
Tu nel buio. Io nel buio. Tutti rannicchiati a chiedersi se va bene, se andrà bene. Certo che andrà. Non è sfasciandosi la testa che si migliora il presente. Sento molto bene e ci vedo poco. Non me ne rendo conto ma lo so. Non sono sicura, ma non ho interesse ad esserlo. Mi fido di quello che sento. Vado a pelle e la mia pelle non mente, come la tua. Vorrei sollevarci. Ma non vedo dove sono e dunque non capisco nè l’arrivo nè la partenza. È tutto buio. Così buio che mi rassicura.
Insistendo, la voglia di raggiungerti è tanta. Sono fatta così, mi tuffo anche fuori dall’acuqa (questa sono io, non impedirmelo). Forse sono anche una che si “leva” se non respira. Certamente fuggo se mi manca l’aria. Ma tu mi dai ossigeno. E io devo riprendere fiato. La cura è tra malati? Probabilmente. La cura è dei malati, potrebbe essere la nostra. Io sicuramente devo curarmi.
Forse anche io non so stare da sola, anzi quasi di sicuro. Ma lo so e non penso sia un problema: sicuramente non voglio che lo sia, se no dovrei rinventarmi e invece alla mia indole ci tengo parecchio.
Ho voglia di sorriderti, rassicurarti e forse, se mai ci riuscirò, vorrei raccontarti di me, anche se per ora non ne sento l’esigenza. Sono in sospensione, la mia mente è stanca e anche avvilita forse. Ma il cuore mi pulsa e si riempie ancora. Reclama spazio, importanza, intesità. Pulsa ininterrotamente da quando sono sola. Lo spazio che adesso c’è è così libero, che appesantirmi di ciò che è stato mi fa proprio fatica. Non mi va, ancora, almeno. Voglio “sgommare”, vorrei sciacquarmi di dosso molto. O forse tenermelo dentro, non so se fa tutto parte di me: la storia che finisce, l’insoddisfazione, la delusione, il dispiacere, la liberazione.
Non me ne frega nulla. Voglio fare quello che mi pare.
Forse voglio solo fare l’amore con te. E poi ti lascio dannarti nei tuoi vortici. Forse non poterlo fare è quello che adesso mi rende ostinata: ecco come sono. Decido che se deve essere in un modo deve essere così. E se non è così poi piango o mi arrabbio. Sei il mio pretesto per sfogarmi? Sì. (Hai davvero valore).
Tutto quel tuo dire “sono tremendo, sono… sono…” Com’è che sei? Uno che fa danni? Mi fa un effetto da crocerossina/principessa. Per me non sei così, ma forse sono io che non ti voglio così e che invece ti voglio bello come il sole, un po’ stronzetto e pieno di cose da fare e da guardare.
Se poi mi farai male, ti combatterò. Almeno sarò una delle tante persone che hai fatto arrabbiare.
Non so se devi aver più paura di te o di me in questo momento.
Forse sono davvero tremenda e mi sto mescolando al fango.
Bo.
Vento.
Temporale di notte, vento a raffiche in mattinata. Schierita all’ra di pranzo.
Un anno fa avevo scritto:
Che se vai, vai.
Oggi vento.
Aria nei polmoni, vento che spazza i soffioni.
I soffioni sono puri, tondi, strutturati. Hanno il gambo vuoto dentro ed è per questo che stanno sù. E ondeggiano.
Il moto dei soffioni è naturale, stanno attaccati finché il vento non li trascina via affinché ogni singolo soffino impollini nuovi prati.
Funziona. Oggi c’è vento e il suo soffione s’è staccato dopo aver tanto ondeggiato.
Buon mare.
Avatar.
Oggi sono l’avatar di me stessa. Tutta più. Più occhiaiata, più nervosa, più assonnata, più affamata, più decisa, più impaziente, più amorevole con chi mi vuole bene, più felice per le vacanze (con oggi finisco), più Sissa. Sono anche più onirica: sono rimasta addormentata anche dopo il terzo posponi sveglia e ho fatto un sogno “più”: ambientato in una cina versione portoghese, quindi parlavano tutti una lingua incomprensibile ma già sentita, erano indoeuropei ma scuri, le signore portavano la bandana e si alternavano quartieri di lusso a sobborghi bui e sporchi. Io ero la protagonista: mai fatto sogni non da protagonisti? Sarebbe curioso farne un caso. Comunque.
Ero lì e i coprotagonisti erano l’agenzia dove lavoro. Tutti. C’era un vento pazzesco e tra tutti era come se si facesse a gara a chi dicesse la cosa più divertente/interessante/curiosa/furba relativa al vento (tipico clima di malumore e competitività). Io cercando di estraniarmi dalla gara commntistica guardo fuori e vedo molti deltaplani e cose volanti (come fosse lo sport tipico di questo paese cino-portoghese). Guardo meglio e vedo che prendevano il volo anche dei pedalò e delle barchette. Insomma i deltaplani erano solo i motori di questi oggetti volanti. noto un pedalò semi ribaltato dal quale stava cascando un tizio, molto in lontananza. Scatta la percezione di pericolo. Il vento tira fortissimo. Noi siamo in macchina, non l’avevo detto, guida Max. Gli oggetti volanti li vedo sulla costa alla nostra sinistra, sul mare.
Proseguiamo con l’auto e per guardare una vetrina accanto a un’implacatura Max posteggia in doppia e scende. Dopo un attimo uno passa e gli specca lo specchietto. Lui lo vede e gli tira un calcio al ginocchio. Io lo vedo entrare nel mio campo visivo e vedo che questo lo frusta con una catena liscia (un’arma mai vista effettivamente). Poi arrivano altri tre che spingono giulia che prima che la sfiorino dice “Svengo” e collassa. Io me la do a gambe, corro in cerca di aiuto. Ladeb corre dalla parte oposta. Finisco in un vicolo buio ed entro nell’unica luce accesa che risulta essere una lavanderia, tipo.
La stregona della lavanderia mi dice “Bell’orologio” (che io non indosso) e quindi vado in allarme, capisco che c’è qualcosa che non va. Le dico e le faccio vedere che in realtà mi si è appena spezzato il braccialetto della fortuna rosso che avevo al polso e le chiedo di chiamare un’ambulanza, dopodichè corro lasciandomi alle spalle il ghigno malefico della vecchia stregona e urlo “Aiuto! Un’ambulanza! Chiamate qualcuno!”.
Non so come ma nel bel mezzo della corsa trovo Ilbet, che mi dice “Hai proprio usato un’espressione che mi ha colpito”.
Suona il telefono. È debora che mi chiede dove sono. Mi alzo e mi vesto di corsa per non arrivare tardi al lavoro.
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