Tu.
Tu che sei arrivato.
Tu che ti sei presentato.
Tu, che ti vedevo e non sapevo. Ti conoscevo e non pensavo. Tu che ora riempi i miei vuoti.
Tu e ancora tu.
Noi che ci siamo incontrati, noi che ci siamo trovati.
Tu che dicevi “Io non”. Io ti rispondevo “Si ma”. Ti ricordi?
Noi che ci curiamo, noi che guariamo.
Noi che ci scopriamo, che ci diciamo “Ti aiuto, mi aiuti?”
Ci dicevamo: il meno rischia meno. Ti ricordi? Tu con le tue idee sul non sapere, non volere, non dare.
E poi ci diciamo: il più riempie di più. Lo senti? Io con le mie idee sul dare, creare, volere.
Siamo più forti adesso? O siamo più deboli?
Più pieni e più esposti a tornare vuoti. Ho una paura fottuta di dovermi svuotare di te da un momento all’altro. Così, all’improvviso.
Perchè?
Temo, temo. Temo che la cura abbia sanato te e non me. E se io avessi bisogno che tu mi curassi ancora?
Tu ti senti curato? Ti senti guarito? O sei più ammalato?
Io non lo so. Forse vorrei mi curassi sempre.
La nostra cura è così equilibrata che non è più una medicina: è diventata quasi ossigeno.
È diventata qualcos’altro, ma l’idea primordiale di noi è la più forte, la più bella.
Ti riempio, mi riempi?
Tu mi riempi, ti riempio io?
Forse mi sono ammalata di nuovo di quei volere, dei dare, dei ridare, dei creare.
Mi curi, tu?
Ho voglia di te, sempre di più.
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